C’è sempre stato un piccolo paradosso nel mondo dello streaming musicale: milioni di brani a portata di mano, ma compressi come se li ascoltassimo ancora su un vecchio iPod. Spotify, che ha definito l’idea stessa di ascolto digitale negli ultimi dieci anni, ha deciso di affrontare il nodo con un passo che sa di rivoluzione silenziosa: arriva finalmente lo streaming in qualità lossless, basato su file FLAC, senza perdita di dati. È un cambiamento che mette in discussione l’orecchio collettivo della generazione dello shuffle, riportando la promessa di un suono più vicino a quello delle vecchie sessioni in studio che alle playlist da cuffia wireless sul tram.
Non è un debutto improvviso
Se ne parlava da anni, in un limbo simile a quello delle feature annunciate e mai arrivate (chi si ricorda di HiFi, la misteriosa opzione apparsa nel 2021?). Ora, però, la funzione è reale, testata e integrata nell’abbonamento Premium: niente upgrade elitari, niente “gold edition” per audiofili. Basta aggiornare l’app. E qui si apre la digressione nerd: il formato FLAC non è una moda hi-tech, ma un vecchio standard da collezionisti digitali, usato per archiviare CD rippati a mano negli anni Duemila. La sua apparizione su Spotify non è quindi una novità tecnica, ma culturale: significa normalizzare ciò che era di nicchia.
Il dettaglio che intriga è che, con questa mossa, Spotify cerca di recuperare terreno perso verso Tidal, Qobuz e Apple Music, che da tempo offrono cataloghi lossless. Ma la differenza sta nel contesto: Spotify ha ancora l’algoritmo di scoperta musicale più influente del pianeta. Mettere insieme la precisione sonora con l’architettura delle sue playlist equivale a unire due mondi che finora correvano paralleli. Forse non cambierà il modo in cui la maggioranza ascolta musica — in cuffie Bluetooth spesso limitate — ma è una crepa aperta nel muro della mediocrità compressa. E, come sempre con Spotify, la crepa può trasformarsi in un varco culturale.
Fonti:
Community Spotify
The Verge
TechRadar











