C’è una figura nel motorsport che pochi conoscono davvero, e che ancora meno sanno spiegare. Non guida, non parla, non appare nei titoli dei giornali. Eppure, senza di lui, la TT Sidecar Race semplicemente non esisterebbe. È il monkey — il passeggero del sidecar, ma la parola “passeggero” qui è del tutto fuorviante. È un ruolo attivo, fondamentale, quasi coreografico, ma chi è il monkey? È colui che si sporge, si aggrappa, si sposta da una parte all’altra del veicolo in corsa, con una precisione chirurgica e una resistenza fisica che rasenta il sovrumano.

Fonte: goodwood.com
Sull’Isola di Man, durante la Tourist Trophy, non si corre in un circuito: si corre su strade pubbliche chiuse al traffico, tra marciapiedi, muri, recinzioni, il tracciato è lungo oltre 60 chilometri e attraversa paesi, campagna, salite e discese. A velocità che spesso superano i 250 chilometri orari, ogni curva è una questione di equilibrio perfetto. In questo contesto, il monkey non è un secondo violino. È metà della sinfonia.
Il lavoro fisico più folle del motorsport
Il monkey non ha comandi, ma ha tutto il controllo sul bilanciamento del mezzo. Si muove all’esterno del sidecar, cambiando posizione decine di volte in pochi minuti, per compensare la forza centrifuga nelle curve e mantenere l’aderenza della ruota laterale. È un lavoro interamente fisico, che richiede forza, memoria muscolare, coordinazione e una straordinaria resistenza mentale. Il margine di errore è minimo. Se si muove troppo tardi o troppo presto, il veicolo può destabilizzarsi. Un monkey inesperto è un pericolo. Uno esperto, invece, fa sembrare facile qualcosa che non lo è affatto. E lo fa in silenzio, senza comunicazioni verbali: solo con l’allenamento e la sintonia.
Tim Reeves, sette volte campione del mondo nella categoria sidecar, lo direbbe chiaramente: “Un monkey può determinare il risultato di una gara. Non è un passeggero, è un co-pilota silenzioso. Ma senza di lui non giri nemmeno la prima curva.”

Fonte: roaddirt.tv
Una danza meccanica
Guardare una gara di sidecar alla TT è diverso da qualunque altra esperienza motoristica. L’impressione è che ogni mezzo si muova come un solo corpo, ma a guardar meglio si nota la continua attività del monkey: sdraiato sopra il sidecar nei rettilinei per ridurre la resistenza aerodinamica, proteso fuori nei tornanti, spesso con la testa a pochi centimetri dall’asfalto. La scena più citata è quella del salto al Ballaugh Bridge: i veicoli si staccano da terra per qualche frazione di secondo. È in quei momenti che il monkey deve essere perfettamente bilanciato, pronto a rientrare nella posizione corretta appena toccano terra.
Niente show: solo tecnica e tempismo.
Il tutto avviene in un contesto in cui il rischio non è teorico, perchè la TT è tristemente nota per il numero elevato di incidenti. E i monkey, come i piloti, lo sanno bene.
Un ruolo con una lunga storia
Il termine “monkey” sembra risalire agli anni ’30, quando i passeggeri cominciarono a usare il peso del proprio corpo per aiutare i sidecar da corsa a rimanere stabili in curva. Il loro movimento agile e apparentemente scomposto ricordava quello delle scimmie: così nacque il soprannome. Nel tempo, però, questa figura si è evoluta in qualcosa di molto più tecnico, oggi esistono metodi di allenamento specifici per monkey, che includono esercizi per migliorare la presa, la reattività e la resistenza al carico laterale. Alcuni team professionali testano i movimenti su simulatori. È un lavoro che richiede dedizione totale. Eppure, il monkey resta una figura in ombra. Non ci sono molte interviste, pochi riconoscimenti. Ma tra gli addetti ai lavori, il rispetto per chi riesce a fare bene questo mestiere è altissimo.
Dentro il paddock
I monkey si riconoscono subito nel paddock. Scarpe da arrampicata, guanti rinforzati, segni sulle ginocchia e sulle spalle; alcuni sono minuti, altri massicci, ma tutti condividono una stessa attitudine: concentrazione, metodo, spirito di squadra. In molti casi, pilota e monkey si allenano insieme per mesi, arrivando a conoscersi come in un duo di danza o di arti marziali. Non è raro che alcuni ex monkey diventino poi piloti, ma succede anche il contrario. Il rapporto tra i due ruoli è dinamico, spesso costruito nel tempo e alcuni team leggendari sono rimasti uniti per anni, e la loro intesa diventa quasi telepatica.
Perché si continua a farlo?
Bene, questa è una domanda legittima, anche perché fare qualcosa di così pericoloso, invisibile, apparentemente privo di ritorno economico o notorietà? La risposta non è mai una sola. Per alcuni è la pura adrenalina, per altri, la bellezza della sfida tecnica, per molti, è una tradizione: l’Isola di Man è un luogo dove il motorsport è una lingua madre. Ma c’è anche qualcos’altro.
Chi ha provato a fare il monkey spesso lo descrive come un’esperienza che ti riporta al corpo, alla realtà concreta del gesto, non ci sono schermi, né filtri. È tutto molto fisico, molto presente ed è un mestiere che esiste solo nel momento in cui lo fai e forse, proprio per questo, ha ancora senso nel 2026.











