recensione aesop rockNel 2025, mentre il mondo sembrava competere per il titolo di posto più caotico del pianeta, Ian Matthias Bavitz – in arte Aesop Rock – ha fatto una cosa molto semplice: ha chiamato qualche amico in giro per il mondo e la risposta era sempre la stessa: “È un casino anche qui!”. A quel punto ha realizzato un album secondo noi strepitoso: I Heard It’s A Mess There Too che anche se dopo tempo, oggi, decidiamo di approfondire con voi.

Dove eravamo rimasti? Ah si! “È un casino anche qui!”. Bene, da quella frase nasce il suo dodicesimo album in studio, pubblicato a fine ottobre via Rhymesayers Entertainment – a soli cinque mesi dal precedente Black Hole Superette. Due album in un anno non sarebbe una notizia se li facesse chiunque, ma Aesop Rock non è chiunque!

Una Lettera Senza Destinatario

Aesop ha distribuito il disco gratuitamente su YouTube, scaricabile, prima ancora di pensare alla stampa su vinile e cassetta e ha allegato una nota ai destinatari selezionati: “Dear Traveler, it’s a mess out here. I heard it’s a mess there too.” Una lettera privata resa pubblica, un gesto da fanzine, non da major. Sempre in quella nota scrive: “The songs feel more transitional than they do a final destination, but I had fun making them.” Che tradotto dal linguaggio Aesop significa: questo disco è un diario aperto, non un monumento. L’ha costruito come se stesse annotando qualcosa che non voleva dimenticare, non come se stesse cercando un posto nella storia.

Chi conosce il suo percorso sa che Aesop Rock non ha mai avuto paura di complicare le cose, ad esempio Bazooka Tooth (2003) era un muro di suono quasi inaccessibile, None Shall Pass (2007) aveva una densità lessicale che ancora oggi richiede qualche riascolto per venirne a capo. Con The Impossible Kid (2016) poi, aveva iniziato a prodursi tutto da solo, e da quel momento il controllo è diventato totale.

I Heard It’s A Mess There Too suona come una scelta deliberata di sottrazione. Sentiamo batterie asciutte, bassline contenute, texture che bisbigliamo invece di urlare e lui stesso ha dichiarato: “Sonically, I wanted a reset – cleaner beats, more space, fewer layers. Just enough to get a wave rolling and not much more.” Non è minimalismo per moda ma minimalismo di chi sa esattamente cosa togliere perché sa esattamente cosa rimane.

Kafka in un Norman Rockwell

Aesop Rock ha sempre costruito i suoi testi come architetture dense, con riferimenti stratificati che funzionano su più livelli. In I Heard It’s A Mess There Too quella complessità non sparisce affatto ma si sposta e diventa più laterale, più trasversale. Nella traccia “Pay the Man”, un glockenspiel spettrale tiene il ritmo mentre lui scrive: “I’m dressed for the Dickens / but it’s all Franz Kafka”, una frase che condensa tutto il senso del disco: siamo vestiti per un’epoca romantica e invece ci troviamo dentro un incubo burocratico senza senso. Poco dopo: “The Norman Rockwell that went Orwellian in seconds” l’America da cartolina che collassa in distopia nel tempo di uno sguardo.

In “Full House Pinball” arriva il ritornello che dà il titolo all’intero progetto: “It’s a mess out here / I heard it’s a mess there too / Remember, when the smoke starts blowing, and your eyes start stinging / And your throat starts closing, what a little fresh air can do.” Non è un consiglio è un promemoria fisico: il caos si attraversa con piccoli atti di sopravvivenza, non con grandi gesti.

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In “The Cut” invece, costruisce un’immagine surreale che poi diventa intima: “It’s like throwing a book at a ghost / You could damage the book, plus they just poof into smoke.” Provare a risolvere certi problemi è come combattere con qualcosa che non ha corpo, ti rimane solo il libro rovinato in mano.

Poly Cotton Blend: Una Canzone Che Non Si Spiega

recensione aesop rock“Poly Cotton Blend” per noi è il momento più denso dell’album! Forse il più indicativo di come funziona la sua mente perchè il beat è chirurgico, batterie strette, tutto perfettamente a posto, mentre i testi saltano da Vivaldi ai Pascal’s Wager, dai cani da caccia in un sobborgo americano a Medusa, passando per il kamikaze over common sense e le macchie di carburante sul tessuto poly-cotton. Non è un pezzo che si “capisce” alla prima ascolto ma una traccia che piuttosto “si abita”.

Quella stessa canzone contiene poi: un riferimento ai classici barocchi (“From the vaults of Vivaldi”), una citazione obliqua al filosofo Blaise Pascal (“the other half bat around Pascal’s Wager”), e un’immagine che è puro Aesop Rock: “I’m Mach One, holding up Medusa disembodied head” e che funziona sia come metafora del muoversi troppo veloce per essere paralizzati da ciò che vedi, sia come pura immagine visiva assurda.

Una delle cose che rendono questo disco diverso da molti lavori di hip hop underground è che i momenti di umorismo sono disseminati con la stessa cura dei momenti di densità. “The Cut” include un’immagine completamente inaspettata: amici che leggono carte di Trivial Pursuit trovate al Goodwill, e qualcuno che porta bagel da Long Island fino a una montagna sopra il paese immaginario di Whoville. È l’immagine più precisa del cercare conforto nelle piccole rituali condivisi che potrete trovare su un disco hip hop nel 2025.

In quello stesso brano compare il Bigfoot. Non come metafora ma come personaggio.

Sherbert: La Porta Che Non Si Chiude

Il disco si chiude con “Sherbert”. I synth eterei si posano sulla voce in modo quasi ambient, e i versi finali restano aperti come una domanda: “You could be the hero of the whole thing / You could be the watcher in the wait / You could be the likes of which we ain’t seen / Just not today, no not today.” e qui noi ci leggiamo la consapevolezza che le grandi svolte non arrivano quando le pianifichiamo. E che nel frattempo bisogna stare in piedi, tenere i contatti, non scomparire!

Conclusioni

I Heard It’s A Mess There Too non è il disco più ambizioso di Aesop Rock ma a noi è piaciuto tantissimo! Perchè rappresenta qualcosa di raro: è un disco necessario. Quello fatto non per dimostrare qualcosa, ma per rimanere in contatto con gli amici, con il mondo, con il proprio modo di stare nella confusione. Distribuito gratis, costruito con pochi strati, finito in cinque mesi. Eppure ogni parola guadagna il suo posto e a noi piace!

In quasi trent’anni di carriera, da Music for Earthworms (1997) a oggi, Bavitz ha cambiato sound, produttori, etichette, approcci. L’unica costante è che non ha mai scritto un testo senza punto di vista e questo disco non è assolutamente un’eccezione.
Il punto di vista è semplice: il caos è ovunque, e l’unica risposta sensata è continuare a parlare con le persone che ami, fare passeggiate lunghe, nutrire i corvi.

Dove comprare le sue cose: https://aesoprock.com/