A Tokyo, Capcom ha deciso di smettere di parlare solo al presente e di rivolgersi alla memoria lunga. La mostra Capcom Creation: Moving Hearts Across the Globe, ospitata al Creative Museum Tokyo, non è una celebrazione patinata ma un atto di archiviazione culturale: storyboard originali, concept art, materiali di sviluppo che raccontano come Capcom abbia costruito mondi capaci di attraversare decenni e generazioni. Street Fighter, Resident Evil, Mega Man, Devil May Cry, Monster Hunter: nomi che non vengono esposti come reliquie, ma come processi vivi, pieni di tentativi, errori, intuizioni improvvise. Guardando certi bozzetti iniziali si capisce una cosa semplice e rara: l’iconicità non nasce mai già rifinita.
Dietro i mostri, gli eroi, le mani che disegnano
La mostra insiste su un dettaglio spesso dimenticato: prima dei franchise, ci sono persone. Designer, illustratori, programmatori che hanno tradotto limiti tecnici in stile, e hardware rigido in linguaggio visivo. È qui che Resident Evil smette di essere solo survival horror e diventa una grammatica della paura; che Mega Man rivela la sua natura modulare, quasi musicale; che Street Fighter mostra quanto il corpo, prima ancora del colpo, fosse il vero campo di battaglia. Tokyo, in questo senso, non è solo una location: è il punto di convergenza di una cultura che ha sempre trattato il videogioco come arte applicata, mai come semplice intrattenimento.

Una mostra sul “Come” non sul “Cosa”
Il valore dell’esposizione sta nel suo sguardo laterale. Non dice “guardate cosa abbiamo fatto”, ma “guardate come lo abbiamo fatto”. In un’epoca ossessionata dal remake e dalla nostalgia rapida, Capcom sceglie la strada più rischiosa: mostrare le cuciture. E proprio lì, tra appunti a matita e versioni scartate, il mito si rafforza. Non come monumento, ma come organismo ancora capace di mutare.
Fonte: Tokyo Art Beat











