C’è qualcosa di irresistibile negli artbook dedicati ai videogiochi. Non sono semplici raccolte di immagini: sono finestre spalancate sul dietro le quinte di mondi che abbiamo abitato per ore, a volte per anni. Sono album di ricordi, documenti di lavoro, opere d’arte autonome. Ma soprattutto, sono oggetti che condensano l’invisibile, lo rendono “tangibile” attraverso il racconto del percorso creativo, le idee scartate, le intuizioni grezze — tutto da sfogliare e custodire.

Per chi ama i videogame, possedere un artbook significa avere in mano il DNA del gioco. Non è raro che un disegno preliminare, un bozzetto grezzo o una nota a margine dica più del gioco stesso. È lì che capisci da dove viene l’incanto di Journey, la malinconia sospesa di Death Stranding, il caos esplosivo di Borderlands. E infatti, per gli appassionati, un buon artbook non si limita a decorare lo scaffale: diventa un oggetto di studio, contemplazione, quasi di culto.

Un viaggio tra classici e meraviglie dimenticate

Nel vasto universo degli artbook videoludici, alcuni titoli hanno ormai lo status di reliquia. Il Dark Souls Design Works, ad esempio, è molto più che un compendio visivo: è un viaggio nei recessi della mente di Hidetaka Miyazaki. Armature mai realizzate, mostri abortiti in fase di concept, ambienti cancellati che evocano un senso di “e se…” ancora più potente del gioco stesso.

Altri esempi diventati leggendari sono The Art of The Last of Us, con i suoi bozzetti di paesaggi post-apocalittici e dettagli che raccontano storie anche dove il gioco taceva, e The Legend of Zelda: Hyrule Historia, un libro che per molti fan è quasi un testo sacro. Chi lo ha sfogliato sa bene che non è solo fanservice: ci sono linee temporali, schizzi di dungeon mai realizzati, riflessioni sul design dei boss. Un libro che, in modo sorprendente, trasforma il caos cronologico della saga in un affascinante mosaico.

libro last of us

Eppure, ci sono gemme più di nicchia che meritano attenzione. Pochi conoscono, ad esempio, The Art of Okami, un’opera che trasuda la poetica visuale del gioco originale, o Gravity Rush Complete Guide + Art Book, un volume fuori scala che celebra un titolo forse sottovalutato ma di rara eleganza estetica.

Il culto della materia

In un mondo sempre più smaterializzato, dove gli acquisti sono digitali e le collezioni vivono in cloud, l’artbook è un baluardo fisico. Quando lo tieni tra le mani, senti la carta, il peso, l’odore dell’inchiostro. E non è banale. Molti collezionisti raccontano proprio questo: l’artbook è un modo per avere un contatto diretto con il processo creativo. Non un file jpeg, non uno slideshow su Instagram, ma qualcosa che puoi toccare, sfogliare, persino sottolineare.

Qui entra in gioco anche l’aspetto nerd: chi colleziona artbook non è solo un appassionato. È un archivista domestico, un custode della memoria visiva dei videogame. Su Reddit esistono intere comunità di collezionisti che si scambiano consigli, discutono di rarità, fanno previsioni sui titoli in uscita. È un mondo sotterraneo ma densissimo, dove l’artbook non è solo oggetto, ma segno di appartenenza.

artbook baldurs gate

I titoli più attesi del 2025

E allora, cosa ci aspetta nei prossimi mesi? Gli annunci non mancano. Uno dei più chiacchierati è senza dubbio l’artbook di Death Stranding 2, che promette di espandere ancora di più l’immaginario visionario di Kojima e Yoji Shinkawa. Se il primo artbook era già un’esperienza quasi metafisica, il nuovo dovrebbe spingere ancora oltre — e c’è già chi si chiede se non sarà più interessante del gioco stesso.

Attesissimo anche l’arrivo degli artbook di Genshin Impact in italiano: un evento per una fanbase gigantesca, che da anni attende di avere un oggetto fisico legato a un gioco concepito fin dall’inizio per il digitale. E tra le voci di corridoio circolano titoli come Final Fantasy XVI, Baldur’s Gate 3 e Hades II, tutti pronti a conquistare sia gli occhi che le librerie dei fan.

Una digressione inevitabile: arte, o fanservice?

A questo punto, una domanda sorge spontanea — ed è una di quelle domande scomode che ogni collezionista si fa almeno una volta. 

Gli artbook sono arte, oppure sono solo fanservice travestito?

La risposta, probabilmente, è che dipende. Alcuni artbook si limitano a raccogliere immagini già viste, concept già noti, piccoli frammenti pensati solo per accendere il desiderio. Altri, invece, raccontano davvero una storia: ti portano dentro lo sviluppo, ti fanno vedere le crepe, le difficoltà, le idee rifiutate. È lì che l’artbook diventa qualcosa di più: non solo un oggetto per collezionisti, ma un documento culturale.

Per capirlo basta aprire The Art of God of War e vedere come ogni dettaglio — dalle incisioni sui muri ai pattern sui vestiti — sia stato pensato per costruire un mondo credibile. O ancora meglio, dare un’occhiata agli artbook dei giochi indie, spesso autoprodotti, che rivelano quanto lavoro invisibile ci sia dietro a progetti che sullo schermo durano poche ore ma che, sulla carta, si rivelano monumentali.

artbook videogames

L’invisibile che diventa visibile

In fondo, questo è il grande fascino degli artbook videoludici: rendono visibile l’invisibile. Quando giochi, raramente ti fermi a pensare a chi ha deciso l’ombra su una parete, il colore del cielo, il design di un menu. L’artbook ti costringe a farlo. Ti dice: guarda, questo mondo che hai attraversato non è nato per caso. È frutto di tentativi, errori, ripensamenti. Ed è qui che il videogioco incontra l’arte, non come decorazione, ma come gesto, processo, lavoro collettivo.

Forse è per questo che i pixel, le texture, le silhouette dei personaggi ci parlano ancora, anche su carta. Perché ci ricordano che dietro ogni mondo digitale c’è una manoe dietro quella mano, un’idea.