C’è stato un momento, a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, in cui l’animazione giapponese si è trasformata in un laboratorio per distopie urbane che ancora oggi ci parlano più del telegiornale delle 20. Cyber City Oedo 808 è una di quelle anomalie che appaiono e scompaiono come glitch su uno schermo CRT: tre episodi, tre personaggi condannati, tre missioni ad alto rischio in una Tokyo futuristica dove la giustizia è solo un altro modo per esercitare controllo. Eppure, a rivederlo oggi, sembra quasi che non stia parlando del futuro, ma del nostro presente.
Nato nel 1990 dalla mente di Yoshiaki Kawajiri — lo stesso autore di Wicked City e Ninja Scroll — Oedo 808 è una mini-serie OVA (Original Video Animation) prodotta da Madhouse, distribuita in Giappone ma soprattutto rimasta viva nell’immaginario occidentale grazie a una delle cose più britanniche che si potessero immaginare: un doppiaggio inglese rude, infarcito di parolacce e slang criminale, e una colonna sonora heavy metal commissionata per il mercato UK.
Una combinazione talmente fuori asse da diventare iconica, come un taglio di capelli punk su un samurai.
Guardando Cyber City, si ha l’impressione che il futuro immaginato negli anni ’80 fosse un cortocircuito costante tra cavi esposti, giacche imbottite e nichilismo hard-boiled. La città di Oedo — il vecchio nome di Tokyo, qui trasfigurata in una megalopoli verticale fatta di neon, pioggia e grattacieli opprimenti — è popolata da hacker reclusi, IA impazzite, vampiri informatici e mutanti rinnegati. Ma i veri protagonisti sono Sengoku, Goggles e Benten: tre criminali condannati all’ergastolo, a cui viene offerta la libertà in cambio di servire come agenti speciali. Una sorta di Suicide Squad ante litteram, solo più malinconica, più cruda, meno ironica.
Non c’è redenzione in Cyber City, solo sopravvivenza
Le missioni sono impossibili, i nemici spesso non umani, e ogni successo viene pagato con la perdita di un’ora di tempo dalla loro condanna a migliaia di anni. Un’equazione crudele: servire lo Stato per ridurre la tua pena, minuto per minuto, come se la tua stessa vita potesse essere monetizzata al secondo. Una metafora quasi profetica del capitalismo di sorveglianza che oggi conosciamo bene, solo che qui si porta una pistola al fianco e si corre tra i tetti.

Quello che sorprende, rivedendolo oggi, è quanto Cyber City Oedo 808 fosse già consapevole delle derive dell’automazione. Le IA che controllano i sistemi civili sono infallibili solo finché non impazziscono. Gli edifici sono smart solo finché non iniziano a uccidere i loro abitanti. Le tecnologie che regolano il mondo non sono neutre, e spesso sono più pericolose di chi le ha costruite. C’è un episodio, quello con l’IA che si considera il nuovo Dio dell’umanità, che oggi potremmo leggere come una parabola sul culto cieco dell’intelligenza artificiale.
Ed era il 1990
La cifra stilistica è feroce. Il character design è spigoloso, metallico, perfettamente aderente al tono. Le animazioni sono dense, quasi “pesanti” nei movimenti, come se i personaggi trascinassero il peso del mondo dietro ogni gesto. Benten — forse il più enigmatico del trio, androgino e letale — si muove come un serpente in un corpo da rockstar giapponese. È difficile non pensare a quanto abbia influenzato, silenziosamente, tanti personaggi di Final Fantasy, Ghost in the Shell e persino Cyberpunk 2077.
Ma c’è di più. Cyber City Oedo 808 è uno di quei prodotti che rivelano quanto l’animazione giapponese sia stata — e sia — capace di rispecchiare i propri traumi sociali attraverso una lente futuristica. In Giappone, negli anni ’80, la fiducia nella tecnologia coesisteva con la paura della sua invadenza. C’erano i boom economici e i treni superveloci, ma anche l’incubo della disoccupazione automatizzata e delle corporazioni onnipotenti.
Kawajiri non faceva solo intrattenimento: metteva in scena una paranoia collettiva
E qui arriva il cortocircuito più interessante: Cyber City non è stato capito davvero in patria, ma ha trovato casa in Europa. Nel Regno Unito, in particolare, è diventato una specie di culto underground. Il doppiaggio inglese — sì, quello pieno di improperi e accenti da gangster — ha paradossalmente aggiunto spessore, come se avesse preso il freddo metallo giapponese e lo avesse martellato in qualcosa di più vicino al noir di Blade Runner.
È in quel paradosso, tra Oriente e Occidente, che Oedo 808 ha lasciato il segno. Oggi, mentre serie come Love, Death & Robots saccheggiano quell’estetica senza quasi riconoscerne la paternità, Cyber City Oedo 808 resta lì, in disparte, come una reliquia potente. Non restaurata fino al mid-2010, disponibile in Blu-ray ma ancora poco nota al pubblico mainstream. Eppure, è tutto lì: l’ansia per il controllo algoritmico, la solitudine urbana, la bellezza delle rovine digitali.
In un mondo che ha ormai dimenticato il significato di futuro, Cyber City continua a parlarci. Con le sue strade umide, i monitor sfarfallanti, le voci metalliche che annunciano l’inizio di una missione impossibile. Ci ricorda che il domani non è mai stato una promessa: è sempre stato un avvertimento.











