Ad Adelaide, in questi giorni, una macchina legge il volto, il palmo della mano e le esitazioni sui pulsanti, poi dispensa un oroscopo psicologico in versi, come un vero e proprio oracolo. Si chiama HP*ATM, acronimo di: Human Psyche AI Teller Machine, ed è la nuova installazione dello studio australiano ENESS, presentata alla mostra collettiva Automation Bias di FutureJuice, dentro Illuminate Adelaide 2026. Il fondatore Nimrod Weis cita come ispirazione la macchina esaudisci-desideri di Big. Ma il dettaglio che conta non è l’intelligenza artificiale dentro la macchina: è il guscio che l’artista le ha scelto.

Fonte: Eness.com
HP*ATM non abita un totem futuristico, ma un bancomat d’epoca. Accanto, un telefono fisso vintage fa parte della sequenza interattiva, e un piccolo noren (la tenda giapponese che segnala “aperto”) completa il santuario. Sportello automatico e telefono a cornetta sono stati, ciascuno nel proprio decennio, la tecnologia che sembrava definitiva. ENESS lo dichiara senza girarci intorno: la scelta è un riferimento all’attrito della tecnologia, alla nostra tendenza a ossessionarci per gli strumenti del presente senza mai anticiparne l’obsolescenza.
L’AI di oggi è il bancomat di domani
C’è un secondo livello di lettura, e li avvicina al vertice del gioco: il corpo gonfiabile dell’installazione è stato generato da un’AI addestrata sulle opere precedenti dello studio, poi rifinito a mano. L’intelligenza artificiale, insomma, non è solo il contenuto dell’opera: è già il suo materiale da costruzione, il suo artigianato di serie. Ed è qui che l’installazione smette di parlare di fiducia negli algoritmi (che è il tema dichiarato della mostra) e inizia a parlare di tempo. Ogni tecnologia che oggi ci profetizza il futuro è in coda per diventare reperto, esattamente come lo sportello bancomat (ex) che ora la ospita.
Noi che abbiamo visto morire il Walkman, il modem a 56k e le cabine telefoniche dovremmo saperlo meglio di chiunque. Eppure ogni volta ci caschiamo: trattiamo la tecnologia del momento come un punto d’arrivo ma HP*ATM ci mette davanti la domanda che nessun keynote farà mai: quale delle macchine che oggi interroghiamo come oracoli finirà, tra vent’anni, dentro l’installazione di un artista, trasformata in reliquia di una fede che non ricordiamo più di aver avuto?











