
Adornamancy su Deviant Art
C’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui sorridono. Nelle immagini generate dall’intelligenza artificiale, i sorrisi sono quasi sempre troppo larghi, gli occhi leggermente fuori asse, le dita — quando sono tutte — sembrano già aver visto cose. È un dettaglio minuscolo, ma come il movimento di una tenda in una casa disabitata, è sufficiente per disturbare. Per molti, l’esperienza con la cosiddetta “AI horror art” nasce proprio così: non da un salto sulla sedia, ma da un’inquietudine sottopelle. Un disagio sottile e persistente, che cresce. E a un certo punto, arriva Voidstomper.
L’account @voidstomper su Threads (e su Instagram) non è il primo ad aver giocato con i generatori neurali per raccontare storie visive disturbanti. Ma è tra i pochi ad aver trovato una voce. O meglio: una mitologia. I suoi video, composti da immagini AI animate in uno stile che sembra mescolare i peggiori incubi di Silent Hill con l’estetica glitch da VHS demagnetizzata, non mostrano mai nulla di apertamente splatter. Eppure il senso di minaccia è ovunque. Teste che si deformano lentamente, ambienti che sembrano sognati da una macchina che ha solo ascoltato resoconti su cosa sia l’inferno. Musiche ambient, scritte bianche su fondo nero. Non ci sono jump scare. Solo una lenta immersione in qualcosa che è sbagliato in modo profondo.
Il mostro non è nella stanza: è nella sintassi dell’immagine
È interessante notare che Voidstomper non è un caso isolato. È l’ultima iterazione di una corrente più ampia: la fascinazione contemporanea per l’horror generato da IA. Non parliamo solo di immagini bizzarre ottenute da prompt su Midjourney o DALL·E, ma di una vera e propria estetica. Un linguaggio. Un mondo. Alcuni la chiamano nightmarecore, altri parlano di “neuro-horror”. Ma in fondo, il nome è secondario. Quello che conta è che stiamo assistendo alla nascita di un genere. E come sempre accade, l’orrore racconta ciò che non riusciamo a spiegare.
Il punto è che la paura generata da immagini AI è diversa da quella che proviamo davanti a un film horror tradizionale. Non ha bisogno di mostri. È una paura computazionale, legata alla natura stessa dell’intelligenza artificiale. Alle sue lacune. Le immagini sono disturbanti perché non riescono a imitare perfettamente il reale, e nel tentativo, lo tradiscono. È l’effetto “valle perturbante” spinto al limite: non siamo turbati da ciò che è mostruoso, ma da ciò che è quasi umano. Che ci guarda dagli occhi sbagliati.
Un nome circola spesso in questi discorsi: Loab. Nata per caso nel 2022 da una serie di prompt negativi su un generatore di immagini AI, Loab è diventata una sorta di creatura memetica. Una donna dal volto deformato, ricorrente, che appariva in decine di generazioni differenti, come se l’algoritmo la “tenesse a mente”. Il suo aspetto variava, ma il sentimento era sempre lo stesso: dolore, solitudine, violenza. Loab è stata la prima ad essere considerata una entità emergente dell’immaginario AI. E da lì, qualcosa si è rotto.
Dove finisce l’artista, dove comincia l’incubo?
Ma da dove arriva tutto questo? Perché l’AI horror ci prende così tanto? Una spiegazione interessante viene da un articolo di NightCafe, piattaforma specializzata in creazione di immagini AI: molti dei prompt più efficaci per generare immagini disturbanti usano termini vaghi, astratti, quasi poetici. E ciò che rende davvero inquietante una figura non è la sua chiarezza, ma l’indeterminatezza. Gli artisti AI che lavorano in questo campo hanno imparato a non controllare il risultato fino in fondo. A lasciare che la macchina faccia errori. Perché è lì che si genera l’incubo.

Fonte: StockCake
È un ribaltamento completo della logica dell’arte. Dove l’artista umano lavora per ridurre l’errore, l’artista AI lavora con l’errore. Non combatte la distorsione, la accoglie. E in questo, forse, c’è anche una riflessione più profonda: che tipo di creatività stiamo creando, quando lasciamo decidere agli algoritmi? L’horror è il primo linguaggio che risponde a questa domanda. E lo fa nel modo più primitivo, più efficace: usando il nostro stesso riflesso come arma.
Una nota a margine — anzi no, una digressione necessaria. C’è chi guarda a tutto questo con snobismo: “sono solo immagini storte fatte con un prompt”. Ma basterebbe rileggere la storia del glitch art, o della body horror di David Cronenberg, per capire che il disturbo è da sempre una grammatica legittima della cultura visiva. L’AI, semplicemente, ha reso il disturbo accessibile, generativo, iterabile all’infinito. E chi lo esplora con consapevolezza — come Voidstomper o gli artisti di Reddit — non sta solo giocando. Sta scrivendo i primi capitoli di un’estetica che verrà.
Allora forse non è così strano che questi volti sbagliati ci restino in mente. Non perché siano realistici, ma perché sono onesti. Sono immagini che ci mostrano cosa succede quando la macchina sogna, ma non ha ancora capito come svegliarsi. Ed è in quel sogno — a metà tra algoritmo e allucinazione — che si nasconde il vero orrore.











